Appunti di Sociologia

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Oecd. Italia - Corea: per il momento vincono ancora loro

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Se il modello di sviluppo che abbiamo scelto è - come ogni tanto in preda al pessimismo mi viene di pensare - quello coreano, abbiamo ancora un po' di strada da fare.

Bassi redditi e bassi consumi interni, guadagni e profitti basati principalmente sulle esportazioni, sfruttamento di know-how prodotto all'estero: se questo è il nostro obiettivo, la Corea è molto più attrezzata.

Come si vede infatti dai grafici che riportano i dati dell'Oecd (cliccandoci sopra appaiono a dimensione intera), il reddito mediano dell'Italia è un pochino più basso di quello della Corea, ma segnala - almeno in teoria - una minore diseguaglianza sociale: mentre infatti il decile degli italiani più ricchi guadagna un po' di [meno] più (ma forse dichiara di meno), quello degli italiani più poveri guadagna di più.

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L'Italia fatta in casa

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Così, ieri sera, Ichino a Porta a Porta ci ha spiegato che la famiglia fa male all'Italia. Sì, perché il ruolo pervasivo della famiglia nella società italiana ha indubbie «controindicazioni, in particolare per la condizione della donna, per il sistema educativo, per il mercato del lavoro e per la struttura del welfare state» (cito un brano del libro L'Italia fatta in casa, che non ho ancora letto, riportato nella voce.info). Non solo invece del welfare abbiamo la famiglia, ma i costi di questo welfare fatto in casa gravano tutti sul lavoro femminile: oltre al lavoro domestico, la cura di bambini, anziani, e disabili; ed ora, anche il sostegno alle famiglie nuove, che con i nuovi lavori ed i nuovi redditi non potrebbero sopravvivere.

Ditelo a me: qui niente tempo pieno e niente scuolabus. E tante le mamme (giovani) che ti assicurano che è molto meglio così, che i figli devono stare in casa, magari con le nonne a guardare la tv, ma in casa. La cattiva abitudine dell'autonomia va stroncata sin dalla più tenera età: non ti sporcare, non ti rovinare le scarpe ... non ti muovere. Bambini lindi e infiocchettati a fine giornata: roba da non credere.

Ed io che non ho nonne a cui appoggiarmi, perché - udite udite - mi sono spostata oltre i 10 km che separano mediamente le nuove famiglie da quelle di origine (senza andare all'estero dove ci sarebbero stati i servizi), ho una vita che si riduce a casa e lavoro. E certo mi viene da sospirare se penso al quoziente familiare: quante amiche non hanno figli, e - oltre ad avere il tempo libero - hanno persino i soldi da spenderci. Io nel tempo libero mi posso fare una bella passeggiata, e respirare un po' d'aria fresca.

D'altra parte, chi ha figli e si appoggia alla mamma risparmia non solo di baby-sitter e/o doposcuola, ma persino di spesa alimentare: perché in tante cenano ancora dai genitori con marito e figli. Poi si prendono i panni stirati e tornano nelle loro case intonse. Non hanno bisogno neanche della colf.

Ma non farei mai il cambio: quando sento persone adulte che devono ancora chiedere il permesso a qualcuno per andare al cinema, mi dico "Al diavolo! Preferisco essere sepolta viva e pagarmi la mia autonomia!"

(Nota: Invece che "persone adulte" avevo scritto "donne": ma pensare a "persone adulte che chiedono il permesso" invece che a "donne che chiedono il permesso" fa più impressione, no?).

Meglio non rinunciare alle comodità, meglio non trovarsi in una situazione difficile che ad un certo punto costringerebbe a cercare soluzioni alternative. Dal punto di vista del singolo, questo è perfettamente comprensibile. Sarebbe pura follia andarsi volontariamente a mettere nella situazione più complicata, non per insegnare all'università (come è successo a me), ma per andare in fabbrica o a fare la commessa ...

Ma dal punto di vista del sistema - quello che Ichino fa suo - questo è uno dei tanti meccanismi che ingessano il paese. Nessuna mobilità geografica, ad esempio: conviene restare senza lavoro entro i 10km che spostarsi per andare a guadagnare 1000 o 1200 euro. Mentre con 1200 euro al mese non ce la fai proprio a vivere lontano dalla mamma, ce la fai benissimo con 500 euro guadagnati al nero, o con lavori di fortuna, e con la famiglia di origine che ti fa da ammortizzatore sociale. Magari non riesci lo stesso ad andare al cinema, ma in piazza incontri gli amici e fai quattro chiacchiere, oppure te la spassi a litigare in casa con la cognata antipatica.

Il problema ovviamente non è la famiglia in quanto tale, e nemmeno il mammismo italiota, ma una politica dell'immobilismo che le classi dirigenti (non solo i politici!) hanno praticato per tanti anni. Un po' per convincimento ideologico, un po' perché c'era sempre di meglio in cui spendere i soldi che non per welfare, scuola, servizi e famiglie.

In ogni caso - ed è quello che pensavo ascoltando Ichino - se allo stato attuale delle cose il ragionamento ci porta puntualmente a contrapporre la logica delle persone a quelle del sistema (vedi anche Il merito e l'appartenenza), c'è da chiedersi se - oltre allo stato delle cose - non sia da cambiare anche qualche categoria di quelle in uso nelle scienze sociali ed economiche. Le facce interdette dei presenti - sospesi fra buon senso e bene comune, come penso quelle di molti telespettatori - erano un indizio sul quale riflettere

Leggi anche - in inglese, e riferiti al contesto statunitense - le recensioni di SocProf dei volumi The Myth of Individualism e The Meritocracy Myth

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Volume: Sociologia della paternità

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Federica Bertocchi, Sociologia della paternità, Cedam, Padova, 2009.

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Il merito e l'appartenenza

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Nella sociologia funzionalista, il riconoscimento del merito individuale è il cardine di una società aperta e liberale. Se il merito di ciascun individuo venisse adeguatamente riconosciuto e ricompensato, ci sarebbe sempre "la persona giusta al posto giusto", si avrebbe un sistema efficiente, e differenze di classe universalmente considerate eque: se uno viene pagato dieci volte di più perché è molto più capace, produttivo, ecc. chi potrebbe dire che la società è ingiusta?

Ma, analogamente a quanto avviene per i meccanismi di mercato, affinché la società allochi infallibilmente "la persona giusta al posto giusto" è necessario neutralizzare gli effetti delle appartenenze "feudali": famiglie, corporazioni, caste. E questo a monte non meno che a valle: le persone più capaci dovrebbero essere messe nelle condizioni di realizzarsi pienamente, tanto al momento di scegliere il proprio percorso di studi, quanto al momento di inserirsi nel mondo del lavoro e di sviluppare la propria carriera professionale.

Lasciamo per il momento da parte il fatto che nessuna società al mondo è così aperta: in alcune studiare è troppo costoso; in altre studiare non basta; in altre ancora i vincoli familiari sono molto forti (i figli si sentono soggettivamente "in dovere" di portare avanti le attività dei padri, o sono "oggettivamente" obbligati a farlo). Per non parlare poi di altre discriminazioni odiose - oltre a quelle di classe - come quelle religiose, razziali, di genere.

Un modello è un modello, e la realtà e la realtà. Si sa che non tutte le ciambelle riescono con il buco.

Mi pare incontestabile però il fatto che il modello meritocratico si fondi sull'idea di un individuo completamente svincolato - nel bene e nel male - da ogni forma di appartenenza. Alle persone viene riconosciuto un valore non per quello che "sono" (identità) ma per quello che fanno, producono, realizzano.

Non la famiglia, non la nazione o il gruppo etnico, non la comunità, non la religione, non le tradizioni: il progresso della modernità è stato coerentemente segnato dal costante attacco a queste istituzioni, bandiere a loro volta di un conservatorismo immobilista che riemerge periodicamente sulla scena politica di questo nostro Paese (e non solo, se questo può essere di qualche consolazione).

Ora, che cia sia la persona giusta ad occupare una certa posizione, può essere valutato solo rispetto agli scopi dell'organizzazione e del sistema. Ma in una società di individui assoluti, a poco a poco, i fini generali sono destinati ad essere subordinati a (quando non identificati con) quelli individuali. Le politiche neoliberiste hanno persino incoraggiato questa deriva.

Tradotto: al momento di decidere, la persona giusta al posto giusto è quella che fa comodo a me. Il sistema sono io. Il mio bene è il bene del sistema. Quindi, se ricevo benefici e riconoscimenti in base alle vendite che realizzo (o ai voti che prendo), posso decidere che mi fa comodo avere al mio fianco il figlio di un potenziale cliente, di un potenziale concorrente o di un politico influente. E potrei persino dire - non senza una qualche ragione - di operare per il bene della mia impresa, della mia organizzazione e persino dello Stato (il fine giustifica i mezzi, no?).

I meritocratici di oggi, d'altra parte, mi sembrano avere idee ancora più ottimistiche e certo più confuse di quelle del vecchio Parsons.

Si vorrebbe una società meritocratica di individui ab-soluti, ed identificabili solo come "persone giuste al posto giusto", funzioni di un sistema, bricks in a wall? Non direi. Mi pare che si vorrebbe piuttosto una società meritocratica che valorizzi anche le appartenenze e le differenze. Ma in questo caso, chi stabilirebbe gli scopi, il merito, e le differenze da valorizzare rispetto a quelle che sono invece da ridurre?

In pratica, quello che mi chiedo è: Possibile che per uscire dalla situazione descritta nella lettera del Rettore della Luiss al figlio, non siamo in grado di fare altro che riproporre l'italica dialettica "stato etico" (tutore) - "familismo amorale"? E nel caso, chi pensiamo che sia destinato a vincere?

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In Italy Lighter sentence for murderer with 'bad genes'

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An Italian court has cut the sentence given to a convicted murderer by a year because he has genes linked to violent behaviour — the first time that behavioural genetics has affected a sentence passed by a European court. But researchers contacted by Nature have questioned whether the decision was based on sound science. [...]

"We don't know how the whole genome functions and the [possible] protective effects of other genes," says Giuseppe Novelli, a forensic scientist and geneticist at the University Tor Vergata in Rome. Tests for single genes such as MAOA are "useless and expensive", he adds.

One problem is that the effects of the MAOA gene are known to vary between different ethnic groups, Moffit says. A 2006 study in the United States found that former victims of child abuse with high levels of MAOA were less likely to commit violent crimes — but only if they were white. The effect was not evident in non-white children.

Genes and ethnicity to "explain" criminal behavior?

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Saviano on "Italia mafia killing video"

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I have been invited (by the author of The Global Sociology Blog) to summarize Saviano's words about this shocking video. I tried to keep the terms used by him. The text is not revised.

What is really shocking is the "serenity" of the execution and of the onlookers. The word "serenity" could sounds strange, but when living in the middle of a war, people [can only] look at what happens.

It is the first time that a video showing a camorra execution is made public: this will deeply change a collective imaginary that is so influenced by cinematographic representations of the mafia. The murder - in fact - does not resemble a military action: the killer does not raise his arm nor shout. Nobody notices what's happening. The murder is a fast, quiet and ordinary event, like a car accident in everyday life.

It is the first time that a video is used by investigators in order to engage a whole community to collaborate: who knows the killer will have the opportunity for denouncing without exposing him/herself individually.

Furthermore, the video is important because it demonstrates that there are places in Italy where life is not worth anything.

 

update 2 novembre 2009: Roberto Saviano's post on Facebook

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Gender Interuniversity Observatory: seminario di presentazione

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"Studi di genere e pari opportunità"

5 Novembre 2009

Dip. di Filosofia, Università di Roma Tre .
Via Ostiense 234 - 00146 ROMA;
E-mail: gender.obs@uniroma3.it
www.genderunivobs.it

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Mogli e madri

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Foto scattata a Teramo il 13 ottobre.
Un giornale locale riporta la notizia del suicidio di una donna,
definendola "moglie e madre".

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Seminario “La scienza ha bisogno della filosofia?”

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“La scienza ha bisogno della filosofia?”
 
15 ottobre, ore 16.00.
Aula I – Scienze Statistiche
Piazzale Aldo Moro, 5
 
Nell’ambito delle attività del CERMS (Centro di Ricerca in Metodologia delle Scienze) si terrà un incontro dedicato al tema del rapporto tra la filosofia e le scienze fisiche. L’intento è quello di provare a individuare una modalità argomentativa e un linguaggio che evitino la polarizzazione conflittuale e la chiusura gergale delle due discipline. Una tale polarizzazione comporta infatti un reciproco rifiuto della complessità della disciplina “avversaria” e, inevitabilmente, guasti culturali difficilmente sottovalutabili.

L’incontro prende spunto dal libro di Niccolò Argentieri “Ci sono elettroni nel mondo-della-vita? Una lettura fenomenologica dell’epistemologia di Werner Heisenberg” (Bonanno Editore, Roma 2009) che prende in esame due momenti decisivi per la riflessione novecentesca sull’esperienza e sul suo rapporto con la conoscenza scientifica: la ricostruzione genealogica della scienza (e della metafisica) galileiana che occupa la prima parte de La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale di Edmund Husserl e le tesi esposte da Werner Heisenberg in un importante e, in parte, sottovalutato scritto del 1942 (Ordinamento della realtà).

Con l’autore del libro partecipano alla discussione Gianna Gigliotti (Roma – Tor Vergata), Carlo Cosmelli (Roma – Sapienza) e Stefano Bancalari (Roma – Sapienza).

(download)

Info:
Rosanna Memoli
Tel. 06 4453828
cerms@uniroma1.it
http://w3.uniroma1.it/CERMS/index.htm

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"Un economia alternativa per una società più inclusiva" - Convegno

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Convegno sull'economia solidale - Bologna, 8 ottobre 2009

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