Appunti di Sociologia

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Peter Berger's Blog

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The treatment of religion in academia and the media leaves something to be desired, so the approach I have outlined above can make a useful contribution. The problem comes at least in part from the fact that these are two institutions which, in their elite echelons, are staffed by what is the most secularized group in American society. Unlike many of their colleagues in Europe, these people are not particularly hostile to religion. But they don’t know too much about it, and its more passionate expressions make them uncomfortable. As a result they are tempted to explain religious phenomena as being “really” about something else—ethnicity, class, politics.  Sometimes, of course, this is indeed the case.  Thus there are processes of “religionization”, in which a conflict about political power (as in Northern Ireland) or about territory (as between Israelis and Palestinians) morphs into a religiously defined conflict (though even then many people may sincerely believe in and be motivated by the religious definitions of the situation). In any case, it is important to realize that religion is a phenomenon sui generis, which must be understood in its own terms and not right away be interpreted as being “really” something else.

Peter Berger ha dagli inizi di luglio un suo blog, Religion and Other Curiosities, che si occupa, per dirla veramente in poche parole, del posto della religione nella società contemporanea.

L'approccio di Berger -- che insieme a Luckmann è autore di un testo fondamentale per la sociologia fenomenologica (La realtà come costruzione sociale) -- è di particolare interesse in quanto riconosce al fenomeno religioso una sua specificità ed una sua autonomia. Nessun riduzionismo, dunque; nessun tentativo cioè di spiegare il fenomeno religioso nei termini di qualche altro ordine di cose o fenomeni (come la politica, la cultura, l'etnia ecc.), ma l'analisi acuta delle molte possibili interconnessioni fra le diverse dimensioni e sfere del "credere".

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Il digital divide (The Global Sociology Blog)

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da Global Sociology Blog (@socprof)

Alcuni grafici che mostrano il digital divide, fenomeno del quale si dovrebbe sempre tenere conto quando si parla di democrazia in rete, ma anche di risorse di conoscenza "aperte" e quindi disponibili "a tutti". Sono le distanze a dover essere accorciate, naturalmente


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Liceo delle Scienze Umane: i due indirizzi

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Continuo a tenere d'occhio le vicissitudini del nuovo Liceo delle Scienze Umane, e riporto dunque il nuovo post appena pubblicato da liceoscienzeumane.blogspot.com

Entro qualche giorno usciranno i nuovi quadri orari del liceo delle scienze umane. Ci auguriamo che siano corretti prendendo in considerazione le nostre osservazioni, in modo da garantire un percorso formativo chiaro e ben definito. Appena saranno disponibili verranno pubblicati in questo sito. Invitiamo quindi a consultarci periodicamente.
Nel frattempo, per le famiglie ed i futuri iscritti, riassumiamo le informazioni principali sui due indirizzi.

Finalità generali
Il nuovo liceo delle scienze umane, raccogliendo l’esperienza del liceo socio-psico-pedagogico e del liceo delle scienze sociali, si propone di fornire agli studenti importanti strumenti per orientarsi:
- nella dimensione interiore della mente e delle emozioni
- nella dimensione esterna delle relazioni socio-economiche
Oltre a garantire una solida preparazione culturale, queste discipline mirano a promuovere la formazione e la crescita personale.

I due indirizzi
Il liceo si articola in due indirizzi:
- l’opzione base, che approfondisce la conoscenza della mente e del suo sviluppo, concentrandosi in particolare sulla Psicologia e le Scienze dell’educazione
- l’opzione economico-sociale, che approfondisce invece la conoscenza del sistema sociale, concentrandosi in particolare sulla Sociologia, sul Diritto e sull’Economia

 

Seguendo il tag school, qui, o visitando direttamente il blog, è possibile leggere le "puntate precedenti" gli altri post sul tema della scuola secondaria superiore.

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Il posto delle scienze umane e sociali secondo Wieviorka

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Mentre in Italia la riforma del liceo delle scienze umane - e più in generale della scuola superiore - non pare suscitare grandi reazioni da parte del mondo accademico, qualche giorno fa Michel Wieviorka (direttore dell'Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales e presidente dell'Associazione Internazionale di Sociologia) è intervenuto sulla riforma dei licei in Francia, esprimendo preoccupazione non solo per la riduzione del numero di ore di insegnamento della storia, ma anche per il progressivo declino delle scienze umane e sociali in Francia.

L'intervista a Le Monde affronta in particolare la questione dell'utilità delle scienze umane, punto sul quale si è sviluppata l'opposizione del mondo accademico e dei movimenti studenteschi nei confronti di riforme che - in Francia come in Italia - tendono a privilegiare i corsi di studio e gli insegnamenti meglio spendibili sul mercato del lavoro.

Se l'orizzonte è solo la ricerca, le prospettive sono scarse. Molti si ritrovano con un dottorato di ricerca a svolgere lavoretti con contratti di breve durata. Eppure, abbiamo bisogno di persone preparate nelle scienze sociali ovunque! Nei sindacati, ONG, associazioni, servizi sociali, nel sistema ospedaliero, nel settore militare, nell'editoria, nei media, nella pubblicità, ecc.

A questo proposito, e come accaduto già a proposito dell'affaire foulard, Wieviorka è piuttosto severo con i sociologi accademici:

Ci sono, schematicamente, tre concezioni del nostro ruolo nella vita pubblica. Alcuni si propongono come esperti. Sono al servizio di imprenditori, attori politici o sindacali, ONG ...

Altri si rifiutano di farlo e vogliono essere solo critici, ipercritici - una posizione radicale, lontana da qualsiasi atteggiamento costruttivo, e alla quale i media sono affezionati: a loro piace il sospetto, la denuncia. Queste due posizioni rappresentano la maggioranza dei punti di vista. Ma un terzo punto di vista, meno diffuso e nel quale mi riconosco, auspica che la ricerca produca conoscenze che, pur avendo una dimensione critica, possano anche essere utili.

L'incapacità di entrare in contatto con i problemi reali della società e quindi anche con le richieste del mercato è - a mio avviso - uno dei segnali del declino culturale di discipline che dovrebbero distinguersi da altre (la filosofia ad esempio) per capacità di analizzare ed interpretare empiricamente la realtà.

Questa incapacità, oltre ad esporle ai tagli più penalizzanti da parte dei governi (non solo dei nostri, come si vede), le mantiene distanti dai nodi focali dei mutamenti sociali e culturali in atto, marginalizzandole di fatto nel dibattito pubblico.

Riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali mi pare insomma la cosa più utile che si possa fare, tanto per comprendere (criticamente) le tendenze in atto, quanto per individuare per esse un posto attivo nella società.

Vedi anche i posts: La sociologia scompare anche dai licei delle scienze umane - Morale, razionalità e scienze sociali - Aggiornamenti sul Liceo delle Scienze Umane

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Il merito e l'appartenenza

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Nella sociologia funzionalista, il riconoscimento del merito individuale è il cardine di una società aperta e liberale. Se il merito di ciascun individuo venisse adeguatamente riconosciuto e ricompensato, ci sarebbe sempre "la persona giusta al posto giusto", si avrebbe un sistema efficiente, e differenze di classe universalmente considerate eque: se uno viene pagato dieci volte di più perché è molto più capace, produttivo, ecc. chi potrebbe dire che la società è ingiusta?

Ma, analogamente a quanto avviene per i meccanismi di mercato, affinché la società allochi infallibilmente "la persona giusta al posto giusto" è necessario neutralizzare gli effetti delle appartenenze "feudali": famiglie, corporazioni, caste. E questo a monte non meno che a valle: le persone più capaci dovrebbero essere messe nelle condizioni di realizzarsi pienamente, tanto al momento di scegliere il proprio percorso di studi, quanto al momento di inserirsi nel mondo del lavoro e di sviluppare la propria carriera professionale.

Lasciamo per il momento da parte il fatto che nessuna società al mondo è così aperta: in alcune studiare è troppo costoso; in altre studiare non basta; in altre ancora i vincoli familiari sono molto forti (i figli si sentono soggettivamente "in dovere" di portare avanti le attività dei padri, o sono "oggettivamente" obbligati a farlo). Per non parlare poi di altre discriminazioni odiose - oltre a quelle di classe - come quelle religiose, razziali, di genere.

Un modello è un modello, e la realtà e la realtà. Si sa che non tutte le ciambelle riescono con il buco.

Mi pare incontestabile però il fatto che il modello meritocratico si fondi sull'idea di un individuo completamente svincolato - nel bene e nel male - da ogni forma di appartenenza. Alle persone viene riconosciuto un valore non per quello che "sono" (identità) ma per quello che fanno, producono, realizzano.

Non la famiglia, non la nazione o il gruppo etnico, non la comunità, non la religione, non le tradizioni: il progresso della modernità è stato coerentemente segnato dal costante attacco a queste istituzioni, bandiere a loro volta di un conservatorismo immobilista che riemerge periodicamente sulla scena politica di questo nostro Paese (e non solo, se questo può essere di qualche consolazione).

Ora, che cia sia la persona giusta ad occupare una certa posizione, può essere valutato solo rispetto agli scopi dell'organizzazione e del sistema. Ma in una società di individui assoluti, a poco a poco, i fini generali sono destinati ad essere subordinati a (quando non identificati con) quelli individuali. Le politiche neoliberiste hanno persino incoraggiato questa deriva.

Tradotto: al momento di decidere, la persona giusta al posto giusto è quella che fa comodo a me. Il sistema sono io. Il mio bene è il bene del sistema. Quindi, se ricevo benefici e riconoscimenti in base alle vendite che realizzo (o ai voti che prendo), posso decidere che mi fa comodo avere al mio fianco il figlio di un potenziale cliente, di un potenziale concorrente o di un politico influente. E potrei persino dire - non senza una qualche ragione - di operare per il bene della mia impresa, della mia organizzazione e persino dello Stato (il fine giustifica i mezzi, no?).

I meritocratici di oggi, d'altra parte, mi sembrano avere idee ancora più ottimistiche e certo più confuse di quelle del vecchio Parsons.

Si vorrebbe una società meritocratica di individui ab-soluti, ed identificabili solo come "persone giuste al posto giusto", funzioni di un sistema, bricks in a wall? Non direi. Mi pare che si vorrebbe piuttosto una società meritocratica che valorizzi anche le appartenenze e le differenze. Ma in questo caso, chi stabilirebbe gli scopi, il merito, e le differenze da valorizzare rispetto a quelle che sono invece da ridurre?

In pratica, quello che mi chiedo è: Possibile che per uscire dalla situazione descritta nella lettera del Rettore della Luiss al figlio, non siamo in grado di fare altro che riproporre l'italica dialettica "stato etico" (tutore) - "familismo amorale"? E nel caso, chi pensiamo che sia destinato a vincere?

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Ancora su biologia e comportamento sociale: i "mal di pancia" in tempo reale

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Scientific American pubblica la notizia di una ricerca (che verrà condotta dal Penn State College il prossimo anno) sull'esperienza soggettiva delle interazioni sociali: i partecipanti allo studio, in pratica, forniranno informazioni - in tempo reale, ed a quanto pare decisamente dettagliate - sul modo in cui vivono le relazioni con gli altri nella vita di tutti i giorni.

La notizia è intrigante per due motivi: in primo luogo, lo strumento di rilevazione sarà costituto da smart phones; in secondo luogo, il "tracciamento" avverrà mettendo insieme dati "soggettivi" (sentimenti e percezioni) e dati "oggettivi" (cardiovascolari e gastrointestinali).

La stessa idea di osservare gli individui nel loro contesto reale attraverso l'uso delle nuove tecnologie potrebbe naturalmente avere enormi potenzialità. Magari può far pensare al Grande Fratello, ma i partecipanti a queste ricerche sono volontari informati e consenzienti (come quelli del Grande Fratello, in effetti).

social interaction smart phoneEarly next year, 350 or so Penn State students and staff, as well as local retirees and others, will wander around State College, Pa., for three weeks, pausing intermittently to drop their heads down as they tap on smart phones to answer detailed questions about how they feel immediately after nearly every social interaction they have.

[...] The smart phones will be loaded with software that prompts subjects to regularly describe what happened in an interaction and their perceptions of their general, cardiovascular and gastrointestinal health, as well as whether specific interaction made them feel angry, happy, sad, etc., and whether they perceived the others involved as cold or friendly, dominant or submissive.

[...] In a future iteration of this study, Ram plans for subjects also to wear small, quarter-sized monitors that record heart rate and other physiological functions. They would transfer the data via Bluetooth to a smart phone that then sends the data, along with information about the environment, wirelessly to a server.

Quello che piuttosto guardo con un certo sospetto sono i tentativi di associare comportamenti sociali e mal di pancia, e l'assunzione spesso implicita in essi: i comportamenti sociali avrebbero una base - quando non una determinante - biologica.

Ora, non dubito del fatto che siamo esseri biologici, e che tutto quello che facciamo abbia per questo una base biologica. Anche la mia attuale azione di scrivere ha una base biologica: ho delle mani che si muovono e dei pensieri che si agitano grazie a sinapsi, neurotrasmettitori, cellule e molecole. Mi resta però l'idea - diciamo il pregiudizio - che scrivere sia soprattutto un fatto culturale.

Lo stesso vale per le emozioni. "Dare il nome ad una emozione" implica un (tentativo di) controllo sociale e culturale sulla stessa, una vera e propria educazione sentimentale in conseguenza della quale lo stesso comportamento - una certa irruenza sessuale ad esempio, o al contrario la "cavalleria" - potrà essere considerato romantico o offensivo dalla donzella alla quale è rivolto.

Fra gli esseri umani - e forse anche fra altri primati superiori - la selezione naturale diventa "culturale" per il tramite di valori, educazione, e persino mode: il "successo riproduttivo" di un sanguinario guerriero dipende dal contesto sociale, storico e culturale in cui vive. Per non parlare dell'attrattività esercitata dall'adipe, e/o dalle capacità intellettuali, di uomini e donne. Trovare correlazioni fra comportamenti sociali e "fatti biologici" è come trovarne fra uova e galline: qual è la causa e quale l'effetto?

Tornando alla ricerca, comunque, una delle possibili applicazioni previste dovrebbe essere quella di "guidare" o "consigliare" le persone sul comportamento da tenere in caso di difficoltà (immagino su richiesta degli interessati).

For example, if we find in the stream of data we collect that an individual has a tendency to withdraw every time he or she meets with his or her boss, we can begin providing some guidance that may help those interactions go more smoothly. Ideally we might even be able to deliver those 'micro-interventions' right on the cell phone—with a text message appearing that says, "Okay, just take a couple of deep breaths and be assertive.'"

Per migliorare il battito cardiaco, il benessere psicologico, o la vita sociale?

(l'immagine è di iStockphoto/nicolas_, nell'articolo di scientificamerican.com)

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Morale, razionalità e scienze sociali

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Qualche giorno fa, è stata pubblicata la traduzione in inglese del discorso che Ch. Taylor ha tenuto per gli ottant'anni di Habermas. Evidenzio due punti che mi paiono immediatamente connessi alle note che ho qui pubblicate sullo stato delle scienze sociali oggi.

Non mi stanco di ricordare agli studenti che, nel corso di tutto il Novecento, la sociologia ha avuto vita molto difficile nei regimi totalitari.

Una delle ragioni è, naturalmente, la sua natura "critica" e relativizzante. Le scienze sociali ci interrogano infatti costantemente sulla natura umana, mostrandocene le molteplici sfaccettature, nel bene e nel male. Ad essere onesti, però, oggi il relativismo non spaventa più nessuno.

L'intervento di Taylor mi ha fatto pensare ad un'altra possibile ragione, al fatto cioè che la sociologia tende tradizionalmente a resistere agli orientamenti culturali che tendono a fare della morale e dei valori una pura questione di gusti, scelte o orientamenti personali; o anche di istinti, pulsioni o fattori emotivi. Dipendano da fattori sociali e strutturali (come in Durkheim) o abbiano una base più propriamente cognitiva (come in Habermas e molti altri contemporanei), la sociologia rigetta - direi per definizione - l'idea che siano pure idiosincrasie individuali.

 

La scienza non ha il monopolio della ragione, e la ragione da parte sua non è appannaggio delle sole scienze naturali. Ai regimi totalitari però ha sempre fatto comodo rappresentare gli esseri umani in quando dominati da puri istinti, volontà scoordinate e capricciose, ed egoismi. Non solo per immaginarli più manipolabili di quanto alla prova dei fatti non siano, ma per poter affermare che essi hanno oggettivamente bisogno di essere posti sotto tutela.

 

L'idea di razionalità dialogica è stata ampiamente discussa e criticata. Altri percorsi sono stati tentati per superare questa che si configura come una delle dicotomie fondanti del pensiero moderno. Tuttavia, ed in riferimento al ruolo della rete nella produzione e nella diffusione della conoscenza, l'idea di una intelligenza collettiva - con tutte le sue ambiguità - torna a riaffacciarsi nel panorama culturale (vedi, tanto per fare un esempio, l'intervento di Weingart, ieri alla Venice Sessions).

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Mogli e madri

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Foto scattata a Teramo il 13 ottobre.
Un giornale locale riporta la notizia del suicidio di una donna,
definendola "moglie e madre".

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Bringing Social Research to Readers

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A newly launched website is attempting to being bring university research directly to a public audience without the journalist as middle man. Futurity is a joint project of American and Canadian universities, who, concerned with the growing number of media outlets who no longer carried science and technology research sections, created the website as a way to connect with interested readers who wished to stay up to date on current research.

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Writing in the social sciences

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For those of us not actively toiling in a university, most modern writing in the social sciences can be placed into one of three categories. The first category, which is vast, consists of the arcane and the incremental — those studies so obscure, or which advance scholarship so infinitesimally, that they can be safely ignored by the general reader. (Not that this work isn’t important; it keeps academic publishing in business, and significant knowledge accretes in tiny drips on the way to tenure.) The second category consists of statistical proof of the obvious. (Some actual study findings published recently: “the parent-child relationship . . . commonly includes feelings of irritation, tension and ambivalence”; women are more likely to engage in casual sex with “an exceptionally attractive man”; and driving while text-messaging leads to “a substantial increase in the risk of being involved in a safety-critical event such as a crash.” Thank you, social science!) And in the third category, which is surely the smallest, are works of brilliant originality that stimulate and enlighten and can sometimes even change the way we under­stand the world.

Filed under  //   English   note   smiles   sociology  

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