Lettera aperta di Giovanni Boccia Altieri ad Alessandro Baricco: discussioni pubbliche sui barbari?
La ragione per cui le scrivo è perché oggi mi sento direttamente chiamato in causa. Lei infatti scrive:
Solo quarant’anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l’indomani involtola l’insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori?
Le scrivo perché sono sociologo e proprio di queste cose mi occupo e ne parlo. Quotidianamente. Senza sottrarmi. E come me lo fanno molti colleghi sociologi e di altre discipline – anche se, mi si permetta, forse mantenere confini così netti ha a che fare con una modernità che sta sparendo. Io e loro non tacciamo smarriti. Fare ricerca sulla mutazione e sui barbari, scriverne, discuterne prende parte della nostra attività quotidiana. E lo facciamo, praticamente, nell’assenza di finanziamento da parte dello Stato che alla ricerca oggi riserva pochissimo ma con la certezza che sia il modo per interpretare il presente e per costruire mappe per aiutare chi si sente smarrito.
Allora mi sono chiesto: da dove viene la nostra invisibilità?
Immagino che la questione sollevata da Baricco e Scalfari sia destinata ad avvincere il grande pubblico, tenendo tutti inchiodati ai quotidiani.
Comunque: 1) Già il fatto stesso che si decida di usare l'espressione "barbari" mi pare precluda qualsiasi analisi - se non razionale, almeno ragionevole; 2) sul ruolo dei sociologi, riconoscerei quantomeno una ragione a Baricco: comunque la si metta, quattro gatti (sia pure dialoganti) sul web, non penso siano in grado di incidere sul dibattito pubblico.
Certo Baricco se li potrebbe andare a leggere ...