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Fidarsi delle leggi e delle istituzioni - Michele Ainis

Almeno oggi l'abbiamo fatta franca. Domani, chi lo sa: la nostra via è piena di trappole, ci vuol poco a mettere un piede in fallo. Ma sono trappole di Stato, inganni tessuti da Sua Maestà la Legge. Come l'idea di revocare il riscatto della laurea e del servizio di leva ai fini pensionistici, con buona pace dei 665 mila italiani che ci avevano creduto, sborsando anche fior di quattrini. O come la trovata speculare del Pd, che ha proposto una tassa aggiuntiva del 15% per chi aveva profittato dello scudo fiscale del 2009, confidando nella garanzia di pagare non più del 5% sui capitali rientrati dall'estero.

Insomma di volta in volta cambiano le vittime, non l'abitudine di stracciare i patti stipulati con l'una o l'altra categoria di cittadini. Eppure quest'abitudine inocula un veleno nella nostra convivenza, perché ci insegna a diffidare delle istituzioni, e a disprezzare in ultimo tutto ciò che è pubblico, di tutti. C'è infatti un principio che in ogni Stato di diritto regola i rapporti fra governanti e governati: il principio dell'affidamento. Non è scritto nero su bianco nei testi normativi, tanto non serve, sarebbe come scrivere che la legge è fatta di parole. Ciò nonostante, la Consulta vi si è riferita in 500 casi, mentre in altre centinaia di decisioni ha usato l'espressione «buona fede», «fiducia», «correttezza» e via elencando. D'altronde pure la Costituzione evoca il concetto di lealtà (art. 120), non meno che la fedeltà e l'onore (art. 54) [...].

Quante volte ce n'è invece toccata l'esperienza? Succede quando le leggi parlano ostrogoto per non farsi capire, per occultare regalie a questa o a quella lobby. Quando si travestono per mostrarsi caste e sante (la legge n. 194 del 1978, quella che ha depenalizzato l'aborto, s'intitola «Norme per la tutela sociale della maternità»). Quando mettono in circolo 35 mila fattispecie di reato - come avviene in Italia - sicché un poverocristo può inciamparvi senza nemmeno sospettarne l'esistenza. Quando sono retroattive, stabilendo oggi le regole di ieri (così trasformando l'innocenza in una colpa, e degradando i giudici ad altrettanti poliziotti, come osservava Montesquieu). Quando ipocritamente si qualificano leggi d'interpretazione «autentica» (furono appena 6, nei primi quarant'anni del Regno d'Italia; ne sono state approvate 150, nei primi quarant'anni della Repubblica), per conseguire effetti retroattivi senza dichiararlo. Quando frodano i risultati d'un referendum (come sul finanziamento pubblico ai partiti, abrogato nel 1993 dagli italiani, riesumato sotto mentite spoglie da una legge del 1997). O infine quando revocano promesse dettate dalla legislazione preesistente [...].

Michele Ainis
01 settembre 2011 07:49

Misure legislative che erodono la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, in quanto rendono arbitraria la legge e la sua applicazione, facendone un territorio in cui sguazzano i potenti, gli azzeccagarbugli e i furbetti vari.

E si notano ben poche differenze fra la prima e la seconda repubblica, anche se forse quest'ultima è persino un po' peggio.