Appunti di Sociologia

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Pettegolezzi, chiacchiere, rumors

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Nel post precedente, accennavo al bisogno che abbiamo di raccogliere informazioni sulle persone che conosciamo poco o non conosciamo affatto, e che - per una ragione o per l'altra - consideriamo rilevanti o significative.

Che siano vicini di casa, produttori di elettrodomestici, candidati politici o star dello spettacolo, questo interesse finisce per produrre chiacchiere e pettegolezzi. Il che spiega tanto il successo dei giornali "scandalistici", quanto quello del buzz marketing. Anche le persone meno pettegole finiscono infatti per parlare della qualità dei prodotti di questo o quel commerciante, o per raccontare - solo ai parenti più stretti, naturalmente! - che hanno visto il figlio della vicina passare con una nuova fiamma vestita così e così.

Attraverso questa circolazione di informazioni - in sé poco controllabile - si vengono a costituire rappresentazioni condivise di persone o anche di cose (la reputazione), che di solito hanno la caratteristica di essere totalizzanti (si parla in sociologia di "etichetta" o - in senso negativo - di "stigma").

Queste rappresentazioni poggiano a loro volta su altre rappresentazioni, valori e norme che vengono ad essere "attualizzate" proprio dalla relazione comunicativa costituita dalla chiacchiera. Il pettegolezzo diventa così uno strumento formidabile di controllo sociale (nei confronti della persona "chiacchierata") e di riconferma del legame sociale e dei valori condivisi (da parte di coloro che "chiacchierano"). Il semiologo Fabbri parla di vere e proprie armi parlanti.

Il pettegolezzo non svolge la sua funzione in relazione alla verità/falsità dei contenuti trasmessi, ma in relazione ai giudizi ed ai commenti che veicola. Anche se quello che viene detto di una persona non corrisponde a verità, è il giudizio generale a produrre i risultati voluti. Il timore dello stigma produce infatti conformità dei comportamenti; mentre lo stigma da parte sua produce esclusione (ed alla lunga devianza o allontamento).

Da sottolineare peraltro come spesso l'inappropriatezza dei comportamenti viene interamente proiettata all'esterno da parte di un gruppo verso un altro gruppo. Sarebbero ad esempio solo gli immigrati, o gli abitanti delle periferie, a commettere certi reati. Solo "certe persone" possono fare "certe cose". Riservandomi di tornare su questo aspetto, mi limito a segnalare il fatto che la definizione del confine noi-loro (identità) è di importanza capitale non solo nell'affermazione del legame sociale e dei valori condivisi, ma anche nel costruire la credibilità della chiacchiera, come è possibile constatare ad esempio nel buzz marketing (noi clienti - loro produttori).

Nei confronti del destinatario, l'oggetto del pettegolezzo si trova infatti normalmente in una posizione svantaggiata rispetto alla fonte: mentre cioè il destinatario conosce bene e/o si fida della fonte, spesso non conosce affatto - o conosce poco - la persona o la cosa chiacchierata. Poiché in questi casi la credibilità dell'informazione dipende quasi interamente dalla credibilità della fonte, anche se il fatto non è "oggettivamente" vero (quel cellulare non è veramente il migliore in commercio; quel fruttivendolo non è veramente così disonesto), il giudizio viene accolto come informazione significativa (quell'utente è veramente molto soddisfatto di quel modello di cellulare; quel cliente è veramente molto scontento del fruttivendolo).

Leggi anche: N. Elias e J. L. Scotson, Strategie dell'esclusione, Bologna, Il Mulino; M. Livolsi e U. Volli, Rumors e pettegolezzi, Milano, FrancoAngeli; R.D. Sommerfeld et al., "Gossip as an alternative for direct observation in games of indirect reciprocity";

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Scandali e ipocrisia

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Le infedeltà di Tiger Woods sono l'argomento di un post di Everyday Sociology Blog, che illustra una delle possibili interpretazioni - quella funzionalista - del nostro ossessivo interesse per gli scandali ed in particolare per quelli legati alle infedeltà coniugali.

Non pochi considerano ipocrita chi si "scandalizza" per le infedeltà coniugali e/o le intemperanze sessuali di celebrità e politici. Come a dire: "chi è senza peccato scagli la prima pietra". Scagliare pietre (o altro) è sempre sconsigliato, naturalmente, ma nella celebrazione mediatica dei grandi scandali pubblici è possibile vedere una celebrazione collettiva dei valori considerati importanti da una società.

Ma se l'infedeltà è tanto diffusa, in che senso la fedeltà coniugale è un valore importante e condiviso? Se è vero che - come qualcuno ha detto - "Due cose sono certe nella vita: la morte e l'adulterio", è anche vero che pochi sono disposti ad accettare con olimpica serenità il tradimento. O a consigliare l'adulterio alla propria migliore amica. Si tratta insomma di un valore condiviso nel senso che la gran parte di noi ritiene che in generale la fedeltà sia una cosa giusta: tant'è che - anche se sappiamo che nessuno è un santo - l'adulterio resta una delle cause principali di divorzio.

A ciò si aggiunga il fatto che abbiamo la tendenza a costruire immagini totali (e quindi un po' integraliste) delle persone: tendiamo cioè a supporre che chi è infedele e bugiardo in casa, lo sia anche nella vita pubblica. Questo vale per il vicino di casa non meno che per le celebrità, mentre naturalmente non vale per noi stessi o per le persone che conosciamo più intimamente. Ma è proprio delle informazioni che riguardano le persone che non conosciamo intimamente che potremmo avere più bisogno per poterci fare un'opinione sul mondo che ci circonda.

Nella prospettiva funzionalista la celebrazione collettiva dello scandalo attraverso i media servirebbe a rinsaldare il legame sociale e a riaffermare il fatto che certi valori sono effettivamente condivisi ed importanti. Oltre a Durkheim, l'autrice del post cita il volume di Dayan e Katz Media Events: The Live Broadcasting of History (Le grandi cerimonie dei media. La storia in diretta): un testo che, pur insistendo forse troppo sulla capacità dei media di creare codici condivisi di interpretazione della realtà, descrive la funzione celebrativa e rituale dei grandi eventi mediatici.

D'altra parte, l'autrice ci ricorda anche che in una società complessa i "valori importanti" possono essere numerosi e in conflitto fra di loro. IEd è forse questo che forse ci fa apparire un pochino più ipocriti nel momento in cui ci "scandalizziamo" per gli errori o i vizi degli altri, mostrandoci non solo migliori, ma anche meno complicati, di quanto effettivamente non siamo.

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Il merito e l'appartenenza

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Nella sociologia funzionalista, il riconoscimento del merito individuale è il cardine di una società aperta e liberale. Se il merito di ciascun individuo venisse adeguatamente riconosciuto e ricompensato, ci sarebbe sempre "la persona giusta al posto giusto", si avrebbe un sistema efficiente, e differenze di classe universalmente considerate eque: se uno viene pagato dieci volte di più perché è molto più capace, produttivo, ecc. chi potrebbe dire che la società è ingiusta?

Ma, analogamente a quanto avviene per i meccanismi di mercato, affinché la società allochi infallibilmente "la persona giusta al posto giusto" è necessario neutralizzare gli effetti delle appartenenze "feudali": famiglie, corporazioni, caste. E questo a monte non meno che a valle: le persone più capaci dovrebbero essere messe nelle condizioni di realizzarsi pienamente, tanto al momento di scegliere il proprio percorso di studi, quanto al momento di inserirsi nel mondo del lavoro e di sviluppare la propria carriera professionale.

Lasciamo per il momento da parte il fatto che nessuna società al mondo è così aperta: in alcune studiare è troppo costoso; in altre studiare non basta; in altre ancora i vincoli familiari sono molto forti (i figli si sentono soggettivamente "in dovere" di portare avanti le attività dei padri, o sono "oggettivamente" obbligati a farlo). Per non parlare poi di altre discriminazioni odiose - oltre a quelle di classe - come quelle religiose, razziali, di genere.

Un modello è un modello, e la realtà e la realtà. Si sa che non tutte le ciambelle riescono con il buco.

Mi pare incontestabile però il fatto che il modello meritocratico si fondi sull'idea di un individuo completamente svincolato - nel bene e nel male - da ogni forma di appartenenza. Alle persone viene riconosciuto un valore non per quello che "sono" (identità) ma per quello che fanno, producono, realizzano.

Non la famiglia, non la nazione o il gruppo etnico, non la comunità, non la religione, non le tradizioni: il progresso della modernità è stato coerentemente segnato dal costante attacco a queste istituzioni, bandiere a loro volta di un conservatorismo immobilista che riemerge periodicamente sulla scena politica di questo nostro Paese (e non solo, se questo può essere di qualche consolazione).

Ora, che cia sia la persona giusta ad occupare una certa posizione, può essere valutato solo rispetto agli scopi dell'organizzazione e del sistema. Ma in una società di individui assoluti, a poco a poco, i fini generali sono destinati ad essere subordinati a (quando non identificati con) quelli individuali. Le politiche neoliberiste hanno persino incoraggiato questa deriva.

Tradotto: al momento di decidere, la persona giusta al posto giusto è quella che fa comodo a me. Il sistema sono io. Il mio bene è il bene del sistema. Quindi, se ricevo benefici e riconoscimenti in base alle vendite che realizzo (o ai voti che prendo), posso decidere che mi fa comodo avere al mio fianco il figlio di un potenziale cliente, di un potenziale concorrente o di un politico influente. E potrei persino dire - non senza una qualche ragione - di operare per il bene della mia impresa, della mia organizzazione e persino dello Stato (il fine giustifica i mezzi, no?).

I meritocratici di oggi, d'altra parte, mi sembrano avere idee ancora più ottimistiche e certo più confuse di quelle del vecchio Parsons.

Si vorrebbe una società meritocratica di individui ab-soluti, ed identificabili solo come "persone giuste al posto giusto", funzioni di un sistema, bricks in a wall? Non direi. Mi pare che si vorrebbe piuttosto una società meritocratica che valorizzi anche le appartenenze e le differenze. Ma in questo caso, chi stabilirebbe gli scopi, il merito, e le differenze da valorizzare rispetto a quelle che sono invece da ridurre?

In pratica, quello che mi chiedo è: Possibile che per uscire dalla situazione descritta nella lettera del Rettore della Luiss al figlio, non siamo in grado di fare altro che riproporre l'italica dialettica "stato etico" (tutore) - "familismo amorale"? E nel caso, chi pensiamo che sia destinato a vincere?

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La morfogenesi delle istituzioni della socializzazione: seminario di studi

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Il giorno  14  ottobre si svolgerà nell' Aula A di viale Berti Pichat n. 6/2 (Bologna) dalle ore 9,15 alle ore 11 un

 Seminario di studio su "La morfogenesi delle istituzioni della socializzazione: famiglia, scuola, religione"

Il seminario prende spunto dalla pubblicazione del volume di I. Colozzi, Sociologia delle Istituzioni, Liguori, Napoli 2009. Cosa sono le istituzioni? A cosa servono? Come funzionano? Come si possono cambiare? E' vero che tutte le istituzioni sono in crisi e che sono "destinate" a contare sempre meno nella società del futuro? Il volume cerca di rispondere a tutti questi interrogativi presentando nel primo capitolo alcune delle più significative riflessioni sul tema delle istituzioni svolte da economisti, politologi, antropologi e sociologi e, nei capitoli successivi, una analisi in chiave storico-sociologica del passato, del presente e del futuro delle principali istituzioni sociali: la famiglia (cap.2), la religione (cap.3), la scuola (cap.4), lo Stato (cap.5), il mercato (cap.6).

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Individualismo e nuova socialità

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Secondo Mauro Magatti, preside di Sociologia alla Cattolica di Milano, la crisi economica «innalzerà il tema della famiglia», segnando la fine del senso di onnipotenza individualistico che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

leggi la notizia su Corriere.it

L'individualismo sembra messo in crisi persino negli Stati Uniti che - secondo un articolo recentemente pubblicato dal New York Times - ri-scoprono il ruolo dei valori collettivi, nel dare senso alla vita dei singoli individui. Solo il riferimento alle istituzioni (quelle pubbliche in particolare) è in grado di garantire tali valori: «Institutions do all the things that are supposed to be bad. They impede personal exploration. They enforce conformity. But they often save us from our weaknesses and give meaning to life», conclude l'autore David Brooks.

leggi l'articolo su Nytimes.com | leggi una lettera all'editore sullo stesso argomento

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