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Otto marzo: un po' di rabbia e un po' di moralismo

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Oggi è l’8 marzo, e non posso fare a meno di pensare a quante stasera andranno a festeggiare con le amiche, magari con uno spettacolo di spogliarello maschile. Permesso per uscire con le amiche, solo una volta l’anno (e non lo dico per dire: conosco donne che devono chidere il "permesso" di uscire ai mariti).

Non è che voglio fare la moralista. Anzi, sì: un po’ di moralismo, nel giorno in cui si ricordano le operaie morte nell’incendio di un cotonificio americano, ci può anche stare.

In nessun caso, il lavoro avrebbe reso libere quelle donne: normalmente, infatti, le retribuzioni non solo erano più basse di quelle degli uomini, ma venivano consegnate direttamente alle famiglie - di solito quelle di origine, perché ci si aspettava da loro che lasciassero il lavoro una volta sposate.

Ancora oggi, le retribuzioni delle donne sono più basse di quelle degli uomini, per tante ragioni: perché le donne fanno meno straordinari e fanno meno carriera, o perché semplicemente a parità di mansioni effettivamente svolte, hanno contratti che le penalizzano. Ed ancora oggi, moltissime donne in Italia trovano convenienza (o sono costrette) a lasciare il lavoro quando hanno dei figli.

Ma il dato più inquietante è che in Italia abbiamo – nello stesso tempo – una scarsa presenza di donne sul mercato del lavoro ed una bassa natalità. Certamente, è difficile mettere su famiglia con un solo stipendio. Ma più probabilmente questo dato riflette il peso del lavoro nero, nelle sue svariate forme: dal sommerso, ai vari escamotages sulla busta paga. Capita ad esempio che il netto effettivamente percepito non sia quello dichiarato in busta paga; o che, a fronte di un contratto “part-time”, si lavori a tempo pieno.

Ovvio che a queste condizioni se devi pagare dai 300 ai 600 euro al mese di nido, ammesso che non ti abbiano già licenziato con qualche scusa, lasci il lavoro. Del resto – come ci ricordano i teorici della decrescita – il lavoro domestico produce tanto reddito: peccato che con i pomodori dell’orto non ci paghi le bollette.

Anche quando si parla di aborto, si omette di ricordare che ad abortire sono sempre di più donne sposate che hanno figli (non otto, ma uno o due), e le donne straniere, che rischiano di perdere lavoro e permesso di soggiorno. Roba da Corte Europea, detto molto francamente.

Persino le donne che svolgono lavori a più elevata qualificazione sono penalizzate dall’assenza di servizi e politiche per la famiglia, e sono dunque costrette a scegliere fra carriera e famiglia. Una recente proposta di modifica della normativa sugli avanzamenti di carriera all’università – per fare un esempio che mi è più vicino – è (nei fatti, anche se non sulla carta) discriminatoria nei confronti delle donne (e degli uomini) con figli: se dovesse essere approvata in via definitiva, in caso di avanzamento di carriera, di tre ricercatori in servizio presso una sede universitaria, ben due dovrebbero cambiare sede.

Proposta più che giusta, volta a favorire la mobilità e a scoraggiare carriere troppo localistiche, ma … Come potranno cambiare sede donne e uomini sui 35-40 anni con figli in età scolare? Quali servizi avranno a disposizione? Conoscendo i legislatori, è chiaro che ancora una volta, il modello di riferimento è quello di un uomo giovane (28-30 anni), abbiente di famiglia, non sposato oppure sposato con casalinga.

Per le donne, anche qui, o famiglia o lavoro. E la libertà di andare agli spettacoli di spogliarello l’8 marzo. Auguri.

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Rosarno: non siamo razzisti, però ...

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Forse sarà vero che gli italiani non sono razzisti: d'altra parte sostenere che questi scontri siano dovuti a motivi etnici è quasi fargli un complimento.

Gli italiani saranno anche "brava gente", ma la 'ndrangheta non lo è.

Vedi anche: La Stampa

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