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20 Jahre Mauerfall

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Gli anni Ottanta, a Roma, sono stati anni di grande divertimento. Eravamo giovani, e le ideologie non ci impressionavano più di tanto. Alla fine del decennio, almeno per la mia generazione, quelle erano già cadute: pochi credevano che i comunisti mangiassero i bambini o che avrebbero risolto (sempre che se ne fossero occupati) i problemi della classe operaia.

Berlino era la città dello Zoo e di Christiane F., ma anche delle mode e delle avanguardie. Come Londra e Tokyo. A Berlino aveva casa David Bowie, e Lou Reed nel 1973 aveva dedicato alla città un bellissimo album. Berlino Ovest era in pieni anni Ottanta, insomma, mentre di là - pareva a noi - era ancora il 1946.

Il Muro mi feriva, e la cortina di ferro mi annoiava sempre e mi angosciava a volte, quando ci pensavo più seriamente. Avevo poco più di vent'anni e non ci pensavo spessissimo, se devo dire la verità.

Ma il 9 novembre del 1989, quando poco dopo le 19:00 si venne a sapere che il governo della DDR aveva deciso di "aprire" il muro, chiamai un amico - o lui chiamò me, non ricordo - e decidemmo di andare al centro per vedere se i tedeschi di Roma, residenti o turisti, stessero festeggiando come gli altri.

Non so che ci prese, ma vedendo che molti neanche lo avevano saputo, iniziammo a fermarli per comunicare loro la notizia. Ovviamente ci prendevano per matti e non ci credevano. Su Corso Vittorio, però, i bar che avevano una tv si stavano riempiendo di tedeschi che cercavano di capirci qualcosa.

Credo che per chi non era ancora nato, o era troppo piccolo per ricordare, sia difficile oggi riuscire ad immaginare quanto sembrasse impossibile quello che stava accadendo. Il muro era invalicabile, divideva Berlino, l'Europa ed anche le coscienze e le idee degli europei.

La caduta del muro era il Gottdammerung, la fine delle ideologie, ed avrebbe segnato l'inizio della globalizzazione e dei mercati senza frontiere e senza regole.

In quel momento pareva un sogno. Comunque la si pensasse, il fatto che non si potesse andare da una parte all'altra della città - che servisse un visto come se la guerra non fosse mai finita - era inaccettabile ed invivibile. Anche solo simbolicamente, questa limitazione era l'emblema della prigionia di cui era vittima il vecchio continente.

L'apertura del muro - ed il festoso smantellamento che ne seguì - faceva rinascere in tutti la speranza che le cose possono sempre cambiare, che i regimi non sono eterni, che niente su questa terra è destinato a durare per sempre.

Men che meno le feste, naturalmente. Ma questo a vent'anni non lo potevo proprio capire.

http://www.mauerfall09.de/

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