Seminario: Il ritorno della cittadinanza nell’analisi sociopolitica MARIA LUZ MORAN Universidad Complutense de Madrid Università degli Studi di Verona Giovedì 14 ottobre – ore 09,30 Aula 1 – Via Filippini, 18
La ragione per cui le scrivo è perché oggi mi sento direttamente chiamato in causa. Lei infatti scrive:
Solo quarant’anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l’indomani involtola l’insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori?
Le scrivo perché sono sociologo e proprio di queste cose mi occupo e ne parlo. Quotidianamente. Senza sottrarmi. E come me lo fanno molti colleghi sociologi e di altre discipline – anche se, mi si permetta, forse mantenere confini così netti ha a che fare con una modernità che sta sparendo. Io e loro non tacciamo smarriti. Fare ricerca sulla mutazione e sui barbari, scriverne, discuterne prende parte della nostra attività quotidiana. E lo facciamo, praticamente, nell’assenza di finanziamento da parte dello Stato che alla ricerca oggi riserva pochissimo ma con la certezza che sia il modo per interpretare il presente e per costruire mappe per aiutare chi si sente smarrito.
Allora mi sono chiesto: da dove viene la nostra invisibilità?
Immagino che la questione sollevata da Baricco e Scalfari sia destinata ad avvincere il grande pubblico, tenendo tutti inchiodati ai quotidiani.
Comunque: 1) Già il fatto stesso che si decida di usare l'espressione "barbari" mi pare precluda qualsiasi analisi - se non razionale, almeno ragionevole; 2) sul ruolo dei sociologi, riconoscerei quantomeno una ragione a Baricco: comunque la si metta, quattro gatti (sia pure dialoganti) sul web, non penso siano in grado di incidere sul dibattito pubblico.
Certo Baricco se li potrebbe andare a leggere ...
The treatment of religion in academia and the media leaves something to be desired, so the approach I have outlined above can make a useful contribution. The problem comes at least in part from the fact that these are two institutions which, in their elite echelons, are staffed by what is the most secularized group in American society. Unlike many of their colleagues in Europe, these people are not particularly hostile to religion. But they don’t know too much about it, and its more passionate expressions make them uncomfortable. As a result they are tempted to explain religious phenomena as being “really” about something else—ethnicity, class, politics. Sometimes, of course, this is indeed the case. Thus there are processes of “religionization”, in which a conflict about political power (as in Northern Ireland) or about territory (as between Israelis and Palestinians) morphs into a religiously defined conflict (though even then many people may sincerely believe in and be motivated by the religious definitions of the situation). In any case, it is important to realize that religion is a phenomenon sui generis, which must be understood in its own terms and not right away be interpreted as being “really” something else.
Peter Berger ha dagli inizi di luglio un suo blog, Religion and Other Curiosities, che si occupa, per dirla veramente in poche parole, del posto della religione nella società contemporanea.
L'approccio di Berger -- che insieme a Luckmann è autore di un testo fondamentale per la sociologia fenomenologica (La realtà come costruzione sociale) -- è di particolare interesse in quanto riconosce al fenomeno religioso una sua specificità ed una sua autonomia. Nessun riduzionismo, dunque; nessun tentativo cioè di spiegare il fenomeno religioso nei termini di qualche altro ordine di cose o fenomeni (come la politica, la cultura, l'etnia ecc.), ma l'analisi acuta delle molte possibili interconnessioni fra le diverse dimensioni e sfere del "credere".
da Global Sociology Blog (@socprof)
Alcuni grafici che mostrano il digital divide, fenomeno del quale si dovrebbe sempre tenere conto quando si parla di democrazia in rete, ma anche di risorse di conoscenza "aperte" e quindi disponibili "a tutti". Sono le distanze a dover essere accorciate, naturalmente
Continuo a tenere d'occhio le vicissitudini del nuovo Liceo delle Scienze Umane, e riporto dunque il nuovo post appena pubblicato da liceoscienzeumane.blogspot.com
Entro qualche giorno usciranno i nuovi quadri orari del liceo delle scienze umane. Ci auguriamo che siano corretti prendendo in considerazione le nostre osservazioni, in modo da garantire un percorso formativo chiaro e ben definito. Appena saranno disponibili verranno pubblicati in questo sito. Invitiamo quindi a consultarci periodicamente. Nel frattempo, per le famiglie ed i futuri iscritti, riassumiamo le informazioni principali sui due indirizzi.
Finalità generali Il nuovo liceo delle scienze umane, raccogliendo l’esperienza del liceo socio-psico-pedagogico e del liceo delle scienze sociali, si propone di fornire agli studenti importanti strumenti per orientarsi: - nella dimensione interiore della mente e delle emozioni - nella dimensione esterna delle relazioni socio-economiche Oltre a garantire una solida preparazione culturale, queste discipline mirano a promuovere la formazione e la crescita personale.
I due indirizzi Il liceo si articola in due indirizzi: - l’opzione base, che approfondisce la conoscenza della mente e del suo sviluppo, concentrandosi in particolare sulla Psicologia e le Scienze dell’educazione - l’opzione economico-sociale, che approfondisce invece la conoscenza del sistema sociale, concentrandosi in particolare sulla Sociologia, sul Diritto e sull’Economia
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