Appunti di Sociologia

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Università: i fondi non coprono (neanche) gli stipendi

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I numeri parlano chiaro. A meno di novità dell'ultima ora, l'anno prossimo il fondo statale per le università si fermerà sotto quota 6 miliardi, mentre i soli stipendi a docenti e tecnici ne costano 6,5. Dal governo arrivano promesse di intervento, si è parlato di 400 milioni, ma vista la situazione di miracoli non è aria. C'è chi parla, con insistenza crescente, di sistema universitario statale tecnicamente in dissesto.
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L'abc del ddl università in 29 voci - Il Sole 24 ORE

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Da leggere, sul Sole 24 Ore, la sintesi del testo del ddl Gelmini: vai all'articolo.

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Senza ordinari, chi dovrebbe governare l'Università?

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Spazio ai giovani docenti, via i prof ultrasessantacinquenni: l'Universita' deve servire ai giovani non ai baroni. Stop al radicato meccanismo della parentopoli e del nepotismo, si' alla meritocrazia". Cosi' Mariastella Gelmini riassume, dal meeting di Viareggio 'Dedalo 2010' organizzato dai giovani del Pdl, i punti cardine della riforma universitaria che e' all'esame dell'aula del Senato.
via agi.it

Ok. Parlo "pro domo mea". Sono professoressa associata, e potrei ambire a diventare ordinario, quindi non vedo tanto di buon occhio l'idea che con le risorse che si dovrebbero liberare grazie al pensionamento degli ordinari, vengano solo assunti ricercatori. Si potrebbe anche usarle per far fare carriera ai ricercatori e agli associati attualmente in servizio ... :-)

D'altra parte, ho anche diverse amiche e diversi amici bravi, meritevoli e senza lavoro. Quindi, diciamo che potrebbe andarmi bene. Io non divento ordinaria per i prossimi dieci anni, e loro entrano. Benissimo.

Ma ... una volta in pensione i baroni, e trasformata l'Università in un luogo giovane, dinamico, ecc., chi la dovrebbe governare? A chi affibbiamo incombenze come quella di preside, rettore, direttore di dipartimento? Chi dovrebbe far parte delle commissioni di concorso? Chi dovrebbe valutare il merito? I ricercatori e gli associati senza prospettive di carriera? oppure il Ministro?

Ho l'impressione che questa furia contro i cosiddetti "baroni" produrrà solo atenei con personale a buon mercato, e lo smantellamento degli attuali meccanismi di autogoverno del sistema universitario.

(vedi anche il post "Diamanti a difesa dei baroni?")

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Ceruti sulla Riforma Gelmini: farà fallire l'Università

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C'è da domandarsi perché tanto consenso sui principi ispiratori abbia prodotto un ddl che li contraddice radicalmente. I principi sono quattro: l'autonomia dei singoli Atenei, alla quale il ddl ha risposto con decine di norme centralistiche; la promozione della responsabilità dei singoli Atenei, impedita di fatto dalla risibile autonomia; la valutazione dei risultati della ricerca e della didattica dei singoli Atenei. Ma senza autonomia e responsabilità non si saprà che cosa valutare e, soprattutto, con un'Agenzia della valutazione (ANVUR) privata di risorse e competenze non si saprà chi potrà valutare. Infine, il quarto principio, il merito, sarà soltanto un proclama vuoto di contenuti per due ragioni: senza sostegno alla qualità della formazione e della ricerca, il merito non potrà emergere e, senza sostegno al diritto allo studio, non potrà emergere il merito degli studenti meno abbienti.

Va detto però che sui principi ispiratori tutto questo consenso, in realtà, non c'è mai stato. In particolare sui principi di autonomia e responsabilità, e sulle procedure di valutazione, lo scontro ideologico in questi anni è stato molto forte.
I docenti non vogliono essere valutati, non si fidano (per certi versi anche giustamente) dei criteri di valutazione, e quindi rifiutano la valutazione in blocco. Risultato: regole sempre più complicate e controlli a priori sempre più formalistici, allo scopo di "garantire" tutti. A scapito, ovviamente, dell'efficienza, dell'efficacia, della produttività e quindi anche del merito.

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Testo ufficiale del Decreto "Gelmini"

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Testo ufficiale del DDL 1905 così come licenziato in data 1 giugno 2010 dalla 7a Commissione del Senato. Potete visualizzarlo all'indirizzo http://bit.ly/dfd9SR

 

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Diamanti a difesa dei baroni?

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Un articolo de ilpost.it sostiene che Ilvo Diamanti - intervenuto sul tema dei pensionamenti dei "baroni" - preferisca tutto sommato tenersi i baroni che essere costretto ad andare in pensione senza aver raggiunto i requisiti minimi. Erroneamente Diamanti imputerebbe
il mancato raggiungimento dell’anzianità necessaria a una pensione soddisfacente a un pensionamento troppo precoce piuttosto che a un avvio troppo ritardato della professione. Avvio ritardato dalla deriva che Diamanti difende: gli sarebbe bastato infatti poter entrare di ruolo prima, per raggiungere i “requisiti minimi richiesti”: non avrebbe potuto fare il benzinaio, ma non si può fare il benzinaio e pretendere pensioni da professore universitario. Diamanti riceverebbe semplicemente la pensione congrua ai contributi che ha versato.

Gli attuali cinquantenni, si arrangino, insomma. Alcuni (quelli entrati a loro volta tardi in ruolo) non arriveranno forse al minimo, ma questo non fermerà il progresso.

Diamanti mette in dubbio anche il fatto che con i soldi risparmiati dall’università per ogni professore pensionato si possano assumere tre giovani ricercatori, come sostiene Carrozza.

Ma io aggiungerei: se pure fosse, se anche cioè per ogni "barone" in pensione si assumessero tre ricercatori, con quali fondi questi tre ricercatori potranno fare carriera in futuro? Con nessuno: parliamoci chiaro, l'idea è di inserire ricercatori con contratti a termine che insegnino al posto dei costosi professori. I costi per gli atenei sono di uno a due per gli associati e di uno a tre per gli ordinari (ecco perché per un ordinario che va in pensione, potrebbero entrare tre ricercatori). Fatevi un conto.

E consideriamo che - grazie ai ripetuti congelamenti e tagli ai famigerati scatti (non siamo contrattualizzati, ce li danno con la finanziaria) - attualmente io guadagno e costo molto ma molto meno di un mio corrispettivo di quindici anni fa. Quindici anni fa io c'ero, e mi ricordo quanto si guadagnava.

Naturalmente, la mia è una difesa di categoria, e ci terrei che fosse chiaro. In effetti lo è proprio.

Del resto non vedo in che modo le riforme allo studio (anche del PD) ledano gli interessi dei baroni, come pretenderebbero di fare. Sono loro ad andare in pensione prima? No, e comunque sarebbe indifferente, visto che andrebbero con il vecchio regime pensionistico. E questi "giovani" in attesa di entrare, non saranno con tutta probabilità i loro allievi o anche i loro figli? (facciamoci anche il conto generazionale: a me tornerebbe).

Io sinceramente la vedo così: le attuali riforme in discussione consentirebbero ai baroni, prima di andare in pensione a 65 anni con l'80% dello stipendio attuale 1) di sfruttare al massimo le ultime risorse; 2) di mettere dentro i loro (migliori allievi, forse, o forse i figli: i famosi "giovani"). Dopo la pensione, se staranno beati e tranquilli a godere dei meritati frutti.

Gli ultimi baroni. Dopo di loro, il diluvio.

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Un paese che disprezza il sapere

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Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? - la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino.

E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

L'articolo ricorda anche come la riforma, pur pretendendo di sostenere e valorizzare i giovani ricercatori, stabilizzi in realtà la loro condizione di precariato, rendendoli ancora meno autonomi. I migliori se ne andranno certamente, dove guadagnino meglio e siano più garantiti.

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Seminario AIS "Il disegno sull'università"

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(download)

Seminario - "Il disegno sull'università",
AIS - Associazione Italiana di Sociologia
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Facoltà di Sociologia - Centro Congressi
via Salaria 113
29 gennaio - ore 10.

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Open source per la cultura e l'educazione

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open source

Un volume realizzato da alcuni esperti dell’Università di Cagliari, dell’Università di Pisa, e dell’Università del Molise presenta i concetti di “open source“, “copyleft” e “riuso” ed illustra alcune fra le possibili applicazioni nel settore della conoscenza e della pubblica amministrazione.

Il volume riporta anche alcuni studi di caso, fra i quali "La tv digitale libera della scienza e della scuola", il "Piano interregionale per l’innovazione tecnologica dei beni culturali" e "La Rete Regionale per l’Innovazione in Sardegna".

Avere la possibilità di considerare la conoscenza come bene comune, nell’Istruzione come nella Pubblica Amministrazione, spiegano, significa rispondere in un certo senso alla crisi dell’economia con cui ci troviamo a fare i conti.

Il volume è liberamente scaricabile online.

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